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Omicidio di Finale Emilia, detenzione in ospedale per il 31enne

Dopo l'interrogatorio di garanzia è stata disposta la custodia cautelare presso il servizio di Diagnosi e Cura per il marocchino che venerdì scorso ha ucciso a coltellate la zia. Il giovane era regolarmente seguito dal Servizio Sanitario

Mohammed El Fathi, dopo due giorni passati in carcere, è stato ascoltato questa mattina dal Pm Francesca Graziano e dai Carabinieri. Il 31enne marocchino autore dell'omicidio della zia, consumato nel tardo pomeriggio di venerdì scorso a Finale Emilia, ha potuto lasciare la cella di Sant'Anna nella quale era controllato a vista, come disposto dall'Autorità Giudiziaria: è infatti stata disposta a suo carico la detenzione presso il Servizio Diagnosi e Cura, il reparto ospedaliero del Dipartimento Salute Mentale impegnato nell'assistenza di persone con disturbi psichiatrici. Viste le sue particolari condizioni di salute, dunque, è stata decisa una misura cautelare tale da consentire assistenza medica immediata.

Il 31enne non ha commentato quanto accaduto nell'abitazione di famiglia, così come non lo aveva fatto neppure nella serata di venerdì, dopo che dall'ospedale era stato immediatamente trasferito in caserma a Finale Emilia. L'uomo aveva dimostrato una calma surreale. L'omicidio della zia, la 50enne Khaddouj Hannioui, pare maturato in un momento di raptus incontrollabile e inspiegabile, durante il quale ha sferzato una trentina di coltellate alla donna, sorpresa mentre stava lavorando in cucina.

La situazione del nordafricano era ben nota al Centro di Salute Mentale di Modena, presso il quale era in cura da diversi anni. Cure che per altro erano sempre proseguite in maniera regolare. Nei giorni scorsi il El Fathi si era recato presso la clinica Villa Igea chiedendo un controllo, di sua spontanea volontà, ed era stato poi dimesso domenica 17 marzo. La magistratura sta in ogni caso acquisendo tutta la documentazione medica relativa ai trattamenti del marocchino.

Secondo quanto riscostruito dai Carabinieri, inoltre, non sono emersi particolari momenti di tensione all'interno del nucleo famigliare, nè litigi nè rancori che avrebbero potuto fornire un movente all'omicida. La famiglia aveva sempre condotto una vita discreta e schiva nel paese della Bassa e lo stesso valeva per Mohammed, che viveva la sua condizione di malattia in maniera tranquilla e senza eccessi. Nessun segnale che facesse presagire un fatto di tale gravità.

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