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Economia

Scompare l'Eldorado modenese, crollano i redditi ed esplode la povertà

Secondo lo studio Unimore ICESmo3, in 5 anni sono triplicati i cittadini della provincia che vivono in condizioni di povertà e i redditi famigliari sono calati quasi del 10%, mentre la forbice della disuguaglianza si è aperta a danno dei meno abbienti

Cala il reddito medio delle famiglie modenesi, si allarga la fascia di chi vive sotto la soglia di povertà e si apre ulteriormente la forbice tra chi è più ricco e chi è più povero. Questa l'estrema sintesi di un quadro complesso e certamente tutt'altro che incoraggiante, raccolto nello studio ICESmo3, l'indagine realizzata dal Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche del dipartimento di Economia del nostro Ateneo. Si tratta di uno studio unico in Italia che prende in esame non solo i dati economici, ma anche quelli legati al lavoro, all'uso dei servizi, alle attitudini e ai comportamenti dei modenesi: giunto ormai alla sua terza edizione, ICESmo ha visto coinvolte 2000 famiglie, per un totale di 5000 persone residenti in 19 comuni della nostra provincia.

Come detto, i dati rilevati dallo studio e illustrati dai professori Paolo Silvestri, Tindara Abbaddo e Paolo Bosi mettono in luce un pesante aggravarsi delle condizioni economiche delle famiglie modenesi, specialmente in relazione all'indagine condotta nel 2006. Se Modena era una provincia molto ricca, con redditi del 30% superiori a quelli della media italiana, oggi il livello è drammaticamente crollato, fino a raggiungere per molti indicatori la media delle vicine realtà del nord Italia. La fine dell'Eldorado geminiano.

REDDITI – Il reddito famigliare equivalente è passato da 27.511 €  del 2006 a 24.875 € nel 2011, con una contrazione in termini reali del 9,6% nell'arco di 5 anni. Il reddito medio dei modenesi continua ad essere più elevato rispetto a quello dei connazionali di altre province, ma la flessione è stata addirittura più accentuata rispetto alla media nazionale. A risentire maggiormente di questo crollo sono state le famiglie con capofamiglia giovane (fino a 40 anni), mentre è addirittura aumentato quello degli anziani tra i 60 e i 70 anni. Mentre chi ha un lavoro “stabile” con reddito fisso annuale ha visto calare i propri introiti di un 2,5%, molto peggio è stato per i cosiddetti lavori non standard, i cui redditi sono crollati addirittura del 18,2%.

DISUGUAGLIANZA – Anche la distribuzione della ricchezza è peggiorata: il 10% della popolazione più ricca guadagna infatti 8,6 volte tanto rispetto al 10% più povero, mentre lo stesso dato era di 6,9 volte nel 2006. Se la fetta di torta si è ridotta per tutti, a farne maggiormente le spese è stato il 20-30% più povero delle famiglie, composto largamente da lavoratori stranieri: il loro reddito è crollato, mentre quelli più alti non sono sostanzialmente mutati, invertendo la tendenza pre-crisi. Anche su questo parametro, Modena resta tuttavia una provincia con minori disuguaglianze rispetto al resto del Paese.

POVERTÁ – I dati già citati hanno avuto drammatici riflessi sulla povertà relativa. Coloro che percepiscono un reddito del 40% inferiore alla media provinciale – una linea bassa, quindi sintomatica di condizioni gravi – è passato tra il 2006 e il 2011 dal 5% all'8,2% della popolazione. Se si considera che nel 2002 il tasso corrispondente era del 3,3%, in nove anni il numero dei poveri è quasi triplicato, da 21mila a 59mila persone su base provinciale. Ancora più preoccupante il dato relativo ai bambini: oggi il numero dei minori che a Modena vive in povertà grave è quintuplicato fino a raggiungere quota 10mila.

“L'indagine ha risvolti pesanti e ha rilevato anche aspetti inattesi dagli stessi ricercatori – ha commentato il prof. Paolo Bosi del Centro Analisi delle Politiche Pubbliche di Unimore – e credo non via sia ancora piena consapevolezza nel mondo politico della drammaticità della situazione. Senza politiche nazionali che mettano le amministrazioni locali in grado di intervenire direttamente con nuove risorse, non si riuscirà a uscire dalla crisi . La stessa Legge di Stabilità oggi in discussione desta non poche preoccupazioni: non si può pensare di andare avanti senza strumenti finanziari adeguati senza pensare ad una riduzione del costo del lavoro”.

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