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Teatro: Yuri Bashmet interpreta con I Solisti di Mosca la tradizione russa

Ieri sera al Teatro Comunale Pavarotti, Yuri Bashmet ha diretto I Solisti di Mosca, ensemble fondato dallo stesso direttore-violista vent'anni fa.

Sabato 17 marzo il pubblico del Teatro Comunale Pavarotti ha accolto calorosamente i Solisti di Mosca, importante orchestra da camera che quest’anno festeggia il 20° anniversario della sua fondazione. L’ensemble ha suonato sotto la guida di Yuri Bashmet, suo fondatore, direttore e viola solista. La serata si è aperta con il Concerto in re per orchestra d’archi di Igor Stravinsky, composto nel 1946, la prima opera del periodo americano del compositore. Il gesto chiaro di Yuri Bashmet ha messo in evidenza il carattere vivace e feroce del concerto, valorizzato dal suono penetrante della compagine. Lirico e intenso il secondo movimento, che rimane impresso in modo particolare in quanto il concerto è stato utilizzato da molti coreografi per l’allestimento di spettacoli di balletto. A seguire, Bashmet ha diretto Contrafactus per flauto e archi di Giovanni Sollima, insieme al flautista Massimo Mercelli, dedicatario dell’opera. Un’esecuzione coinvolgente e onirica per questo recente brano, che il violoncellista-compositore Sollima definisce “delirio pseudobarocco”: prendendo spunto dalle Variazioni Goldberg di Bach, sviluppa suggestioni mediorientali, tra gli arabeschi del flauto e l’orchestra ora incalzante, ora ipnotica.

Dopo una prima parte dedicata al Novecento, una cesura decisa ha condotto il pubblico nel periodo romantico: Bashmet alla viola ha interpretato una trascrizione della celebre sonata “Arpeggione” in la minore di Franz Schubert, in origine scritta proprio per arpeggione e pianoforte: questo strumento è però presto caduto in disuso e la composizione è entrata a far parte del repertorio violoncellistico e violistico. Il suono morbido e vellutato di Bashmet purtroppo è risultato poco udibile: forse la presenza di ben cinque viole nella compagine (a fronte delle sezioni dei violini, di quattro elementi ciascuna, e dei tre violoncelli), ha contribuito a riempire il registro medio e a coprire il suono della viola solista, di per sé espressivo ed elegante, ma poco penetrante.


Il concerto è proseguito nell’ambito romantico, con Kol Nidrei, Adagio su melodie ebraiche di Max Bruch, nella trascrizione per viola e orchestra d’archi: una composizione che utilizza due melodie ebraiche come tema per una serie di variazioni. In chiusura, Bashmet ha diretto la Serenata per archi in do maggiore di Piotr Ilic Ciaikovskij: il brano, di incantevole eleganza melodica, è stato interpretato con intensità da I Solisti di Mosca, anche se alle volte l’ensemble mancava di precisione; notevole soprattutto il finale, tratto da temi popolari russi, di grande vivacità e colore. Peccato che durante il primo bis, un Largo di Vivaldi, si sia notata l’intonazione a volte precaria del Bashmet solista, forse non al meglio delle sue potenzialità; la sua direzione precisa e vivace invece è piaciuta molto al pubblico, che ha poi apprezzato particolarmente il secondo bis, una Polka di Alfred Schnittke, l’ultimo omaggio della serata alla tradizione musicale russa.

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