La lettera | Storie di quarantena. Il nemico silenzioso è (forse) il peggiore

Pubblichiamo, con le sue esatte parole, la storia di Roberta, studentessa universitaria che ha affrontato tante difficoltà e una reclusione ben più lunga di tutti quanti

Mi chiamo Roberta e sono una studentessa calabrese fuori sede dell’UniMore. Da quando è iniziata la pandemia le restrizioni mi hanno costretta a rimanere nella città universitaria, lontana dalla famiglia, senza poter presenziare alle lezioni dell’università e senza incontrare quelle poche persone che conosco qui. La paura iniziale della didattica e degli esami online è svanita dopo aver affrontato il primo esame, organizzato in maniera peculiare dal professore della materia.

Ora voi mi direte “perché il 4 maggio non sei tornata nella tua residenza?” La risposa è semplice: perché mettere in pericolo la vita dei miei familiari? Sarei dovuta tornare a casa, fare un tampone e un periodo di isolamento di 14 giorni, ma ne sarebbe valsa davvero la pena? Mi sono interrogata tanto su questo ed alla fine ho deciso che la scelta migliore sarebbe stata quella di rimanere a Modena ed aspettare il momento giusto, ripetendomi che la pioggia serve per far crescere i fiori e che dopo questo sacrificio potrò di nuovo gustare quel che c’è di bello nella vita. La mia previdenza mi ha ripagata ed ora vi racconto il perché.

La mia quarantena non è finita il 18 maggio, come per gli altri, ma finisce dieci giorni dopo a causa del nemico invisibile, scoperto per pura casualità, che ha preso di mira il mio coinquilino e probabilmente anche me. Si sa da dove è arrivato ma non quando e come. Nonostante tutta l’accortezza e la premura lui è arrivato, silenziosamente, in punta di piedi. Ufficialmente il mio isolamento domiciliare è iniziato il 5 maggio per aver avuto contatti con un “sospetto contagio da coronavirus” che poi il 7 maggio è stato confermato per via della positività al tampone del mio coinquilino. Ho affrontato un isolamento sia con l’esterno che con alcune zone della casa: vivere in maniera “separata” l’uno dall’altra, mangiando a turni e non frequentando le stesse zone della casa è stata una vera sfida contro le abitudini quotidiane.

Il panorama delle mie 3 finestre non è stato dei migliori: avevo a mia disposizione solo la facciata gialla e la finestra della mia vicina di casa e uno scorcio di cielo blu, nessun balcone, nessun albero, nessuna strada. Per fortuna io non ho avuto sintomi, e il mio coinquilino solo una lieve perdita del gusto e dell’olfatto. Alla fine però, tutto è andato per il meglio e il tampone di controllo è risultato negativo, così che l’Ausl ci potesse dare il permesso di uscire.

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Tutto questo per farvi capire che ancora il coronavirus non è stato sconfitto e che, purtroppo, può capitare che non vi renda consapevoli della sua presenza. Bisogna stare ancora attenti e non dovete chiedere di essere controllati da qualcuno perché i vostri valori, la vostra morale e il rispetto per voi stessi e per gli altri, devono indurvi a cambiare strada o zona quando un posto è occupato da altri e a stare lontani per il bene vostro e degli altri. Del resto essere liberi vuol dire questo: rispettare se’ stessi e gli altri, non fare ciò che si vuole senza criterio. Ed ora possiamo uscire a passeggiare anche noi, ovviamente continuando a rispettare tutte le norme.

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