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Un biomarcatore per prevedere la mortalità da covid, lo studio dell’AOU di Modena

Uno studio sostenuto dalla Banca d’Italia e dalla Regione Emilia – Romagna pubblicato su Blood Advances. Ha coinvolto 249 pazienti modenesi

Il ruolo dell’angiopoietina-2 come biomarcatore predittivo di mortalità da COVID-19 e di aumentato rischio di disfunzione polmonare cronica è al centro di uno studio coordinato dalla prof.ssa Erica Villa, Direttore del Dipartimento di Medicine Specialistiche dell’Azienda Ospedaliero - Universitaria di Modena e pubblicato sull’ultimo numero di Blood Advances, il prestigioso periodico dell’American Society of Hematology. 

Lo studio – finanziato con 2 milioni di euro dalla Regione Emilia-Romagna grazie ad un contributo liberale erogato dalla Banca d’Italia - ha preso in esame due coorti rispettivamente di 187 e 62 pazienti ricoverati con diagnosi di infezione da SARS-COV-2, da marzo a maggio 2020, analizzando le variazioni delle concentrazioni sieriche dell’Angiopoietina 2 in terza e decima giornata di degenza e ha dimostrato che livelli incrementati di Angiopoietina-2 in terza giornata rispetto al valore basale, identificano con elevata accuratezza i pazienti a maggior rischio di mortalità. 

VIDEO | Una proteina che indica la mortalità del covid. Lo studio al Policlinico di Modena

Lo studio ha visto la collaborazione della Medicina Interna e Area Critica del Policlinico, diretta dal Dott. Lucio Brugioni, della Medicina Interna d’Urgenza e Area Critica dell’Ospedale Civile diretta dal dottor Giovanni Pinelli, dall’Anestesia a Rianimazione dell’Ospedale Civile, diretta dalla dott.ssa Elisabetta Bertellini e dal Dipartimento Interaziendale di Medicina di Laboratorio diretto dal dott. Tommaso Trenti. Inoltre, lo studio ha beneficiato della collaborazione con le Malattie Infettive dell’Università di Pavia, diretta dal prof. Raffaele Bruno.

A tutt’oggi – ha spiegato la prof.ssa Erica Villa - non sono stati validati marcatori biomolecolari capaci di predire la mortalità e, in modo anche più importante, il rischio di cronicizzazione dell’infezione da SARS-COV-2. il nostro studio, invece, ha permesso di dimostrare una correlazione tra l’aumento dell’Angiopoietina 2 e una maggiore gravità dell’infezione da COVID19, correlata con un rischio più alto di disfunzione polmonare cronica, a causa di un violento processo di trasformazione del tessuto polmonare, dovuto allo spiccato danno endoteliale associato all’incremento di angiopoietina-2 che, è giusto ricordarlo, è una proteina che ha un ruolo importante nell’angiogenesi, cioè nel processo di crescita e riparazione dei vasi sanguigni. Una proteina importante che, però, in corso di infezione COVID19 scatena una reazione eccessiva e potenzialmente dannosa nei vasi sanguigni polmonari”.  

Le analisi sperimentali sono state effettuate sia nel Laboratorio di Ricerca della Gastroenterologia del Policlinico di Modena che nell’unità semplice Diagnostica delle Patologie Autoimmuni diretta dalla dott.ssa Alessandra Melegari, afferente al Laboratorio diretto dal dottor Tommaso Trenti. Lo studio è stato possibile dall’elevato livello di collaborazione esistente fra la Gastroenterologia e la MIAC del Policlinico ed i reparti di Terapia Intensiva e Medicina d’Urgenza dell’OCB, che nonostante il periodo di intensissima attività clinica, hanno contributo ad arruolare i pazienti per lo studio.

L’idea dello studio – ha concluso la prof.ssa Villa – è nata quando ci siamo resi conto che alcuni marcatori prognostici delle polmoniti che già conoscevamo sono presenti anche nei pazienti COVID1 e avrebbero potuto essere utilizzati come guida per le decisioni terapeutiche. Questo studio rappresenta solo un punto di partenza: per la validazione di questo marcatore, oltre che di altri marcatori di danno vascolare, è in corso un’analisi su coorti più ampie di pazienti.  I nostri dati suggeriscono poi che nei pazienti che hanno caratteristiche cliniche di elevata gravità una “targeted therapy” che bloccasse il recettore dell’angiopoietina-2 potrebbe essere un’opzione rilevante per diminuire il danno endoteliale e la formazione dei micro-trombi causati dal COVID-19”. Le sottoanalisi effettuate nell’ambito dello studio hanno inoltre confermato un tasso di mortalità maggiore COVID-relata nei pazienti italiani rispetto alla Cina in considerazione dell’età media più avanzata della nostra popolazione”.

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